La donna del lago alla Scala

E’ ambigua Elena, la donna del lago, bella creatura silvana, corteggiata dal reale cacciatore, sfuggente e mai chiara nel suo dire, fedele ma dubbia al tempo stesso. Il classicismo rossiniano dell’Ancien Régime si cala nella romantica natura delle foreste e del lago scozzese, la sola intuizione del regista Luis Pasqual, che non ha dato forma a nulla della poesia, dell’elegia, delle epiche gesta vocali prescritte da Rossini per quattro formidabili solisti. Al limite del ridicolo la cornice di coristi da dramma borghese abbigliati Bell’èpoque ( …e anche per come hanno cantato, dato che entrare in tempo con l’orchestra e tutti assieme è parsa impresa impossibile ieri sera…..a cominciare dal disgraziatissimo coro dei Bardi, tanto per fare un esempio..) e i pacchiani lampadari di cristallo calati dall’alto, per finire con il trito e ritrito dejà vùe dello specchio finale che riflette la sala. Il vuoto del palco risucchia gli interpreti, abbandonati a se stessi, soli al centro dell’emiciclo corinzio, ed è chiaro che il regista non sa che farsene del soggetto. Eppure il dramma borghese a quattro lo ha davanti agli occhi, la storia fornirebbe lo spunto, se la si conoscesse, per leggere l’azione scenica come allusione al reale privato del compositore. Elena – Colbran, la donna affascinante e magica, che attrae e seduce gli uomini che si muovono attorno a lei; un innamorato che non può essere rifiutato perché re, Uberto GiacomoV – Ferdinando Borbone re di Napoli, che alla fine si rassegna che l’amore di Elena sia per altri; un amante appassionato e ricambiato Malcolm – Gioachino, al centro di eventi più grandi lui e che non può dominare, un amore grande ma nascosto, tanto da essere espresso non in un duetto monumentale, come in altri drammi rossiniani da palcoscenico napoletano, ma in un piccolo e magico duettino, perché la passione c’è ma non può essere rivelata; un cattivo che verrà sconfitto dallo svolgersi della vicenda, Rodrigo – Barbaja, irruente eroe, pure un po’ fracassone. Ambigua Elena, che si destreggia tra sentimenti espressi e celati, personali lirismi e timori per il pericoloso dipanarsi della vicenda politica, che rischia di travolgere tutti. Tottola o non Tottola, sulla scena c’è questo, e se Pasqual voleva un dramma borghese, a questa storia di quinte teatrali napoletane poteva ispirarsi. Ma il vuoto regna sovrano , non solo in scena, ma nelle idee. Altra coproduzione inutile, e il regista che non si degna di comparire sul palco per raccogliere il giudizio del pubblico, perché oggi usa così.

canto

Il canto

Che dovrebbe essere il “belcanto”, fino a prova contraria, nelle opere di Rossini. E di belcanto nemmeno l’ombra. Lasciamo perdere le difese patetiche di chi si proclama vittima di ostilità personali, vedovismi inesistenti, ed altri facili alibi da diffondere via stampa, che sono dichiarazioni strumentali oltre che false. Diversamente potremmo dire che chi stampa e diffonde simili affermazioni è un fan o un claquer, un addetto stampa e non un critico o un giornalista.

Quando sul palcoscenico più importante e selettivo del mondo ( almeno sino a qualche tempo fa…) il quartetto protagonista di maggior blasone che si può presentare al pubblico misconosce il “cantare sul fiato”, allora vuol dire che ci siamo del tutto allontanati dall’essenza dell’opera lirica, anzi, abbiamo perduto completamente la nozione e, soprattutto la percezione uditiva, di cosa sia il canto. Il belcanto, quello praticato dalla Callas, dalla Sutherland, dalle Douloukanova, dalle Hempel, dalle Siems, dalle Sills, dalle Horne, dai Kraus, dai Blake, dalle Valentini, dai Merritt..dagli innumerevoli grandi della storia del canto che compongono una lista infinita lunghissima, che coi vedovismi personali nulla c’entra, ma che al contrario dimostra, e coi fatti, che oggi si malcanta. E si malcanta per mala tecnica, per male concezioni sul canto, per mali maestri, per mala stampa che non censisce e troppo spesso avvalla attacchi a cantanti passati la cui esistenza ed il cui valore artistico oggi sarebbe semplicemente inconcepibile, per presunzione per cui ci autoproclama neoColbran, neoRubini, neoMalibran, neoVattelapesca…. Era un palco fatto di velleità, qualche abilità, carattere e mediocrità tecnica quello di ieri sera, un palco con almeno due doti straordinarie non capitalizzate. E se questo non è un fatto culturale, una realtà fondata su convinzioni profonde e radicate in fatto di canto, date voi una spiegazione diversa, perché io non la posseggo. Siamo noi ad inventarci frottole? I confronti audio sono lì, basta farli e volerli fare, per capire, se si vuole capire, You Tube è alla portata di tutti, le idee portanti oggi in fatto di canto si evincono con facilità.

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